Verifiche scientifiche sulle strategie contro il COVID.

Quanto segue è una sintesi di un articolo comparso su un noto sito di contro-informazione, scritto da Andrea Cavalleri.
Mi sono permesso di sintetizzarlo: avendo eliminato la maggior parte dei commenti, in questa forma rappresenta una semplice raccolta di articoli scientifici.
L’idea è di individuare le ipotesi implicite su cui si basano le strategie adottate per combattere il covid dalla maggior parte dei paesi occidentali, e sottoporle a verifica.

Le quattro ipotesi di fondo di tutta la strategia per combattere il COVID sono le seguenti:

  1. Il virus viene individuato con un test basato sulla PCR.
  2. I portatori sani (soggetti asintomatici) sono contagiosi.
  3. Per prevenire il contagio si utilizzano le mascherine chirurgiche e il “distanziamento sociale”.
  4. Le misure preventive sono importantissime perché non esistono cure efficaci contro la malattia.

Verifiche punto 1)

Esiste uno studio scientifico che sostenga la validità del metodo PCR per la diagnosi di infezione?

La risposta è sì, si tratta del cosiddetto Corman-Drosten Paper, pubblicato sulla rivista Eurosurveillance il 23 gennaio 2020.

Tale articolo era stato presentato il 22 gennaio, il giorno precedente alla pubblicazione, rivelando in tal modo che, per mancanza di tempi tecnici, non era stato sottoposto ad alcuna revisione.

Dopo mesi è uscita una revisione paritaria ad opera di un team internazionale di 22 scienziati

https://cormandrostenreview.com/report/ che demolisce totalmente la validità del test PCR.

Tale procedura è adottata nel 70% dei test in uso, che risultano quindi del tutto non validi.

Tra i problemi rilevati si cita che il test

– non è specifico, a causa dell’errata progettazione del primer

– è enormemente variabile

– non è in grado di discriminare tra virus interi e frammenti virali

– non ha controlli positivi o negativi

– non ha una procedura operativa standard

– non sembra essere stato adeguatamente sottoposto a revisione paritaria

– non è mai stata individuata una soglia di positività.

L’ultimo punto è particolarmente critico, in quanto aumentando il numero di cicli di amplificazione si possono ottenere risultati positivi ad libitum.

Verifiche punto 2)

La trasmissibilità del virus ad opera degli asintomatici è un’ipotesi che venne fatta per spiegare la rapidità di diffusione del virus, anche se non tutti gli scienziati la condividevano.

Comunque si trattava di una pura congettura senza alcun elemento di prova.

Finalmente è stato pubblicato in merito il primo studio rigoroso (e su Nature, considerata la più autorevole rivista scientifica del mondo!), che potete trovare qui:

https://www.nature.com/articles/s41467-020-19802-w

I fatti sono che 300 persone “asintomatiche” sono state tracciate nei 1.174 contatti ravvicinati che hanno avuto con altrettante persone.

Questi 1.174 erano noti per non essere mai stati positivi al Covid e, a seguito dei contatti con gli asintomatici, nessuno di essi ha manifestato positività.

In pratica, il primo esperimento scientifico che si è potuto condurre sull’argomento ha stroncato la leggenda della contagiosità dei portatori sani, detti impropriamente “asintomatici”.

Verifiche punto 3)

Uno studio a favore dell’uso delle mascherine non c’è.

Se dunque l’uso delle mascherine non è supportato da studi scientifici, da chi è stata diffusa questa credenza?

Ad esempio il dottor Fauci dice: “In questo momento la gente non dovrebbe indossare le mascherine, Non c’è alcuna ragione di indossarle”. Si può sentirglielo dire qui.

https://www.youtube.com/watch?v=MXIejfEDm1w

È del 2020 uno studio che indaga sull’efficacia delle mascherine per inibire la trasmissione del Covid

https://www.acpjournals.org/doi/10.7326/M20-6817 la cui conclusione è che le mascherine effettivamente aiutano nella strabiliante misura dello 0,3%! (paragonabile alla fluttuazione statistica).

Più in generale, si può studiare l’efficacia delle mascherine in sala operatoria.

Esistono 14 studi randomizzati e pubblicati su peer review in rapporto alle sale operatorie e infezioni ospedaliere, condotti tra il 1975 e il 2015.

Tutti concordano nelle conclusioni che le mascherine chirurgiche in sala operatoria non hanno alcuna efficacia nel prevenire infezioni postoperatorie (in alcuni studi l’uso delle mascherine era stato seguito da un numero di infezioni maggiore rispetto ai chirurghi che avevano operato senza mascherina). Questi 14 articoli scientifici sono citati e riassunti qui

https://www.ingannati.it/2020/08/26/ancora-sulla-fallacia-della-teoria-del-contagio/

Quanto sopra per ciò che riguardava le mascherine. Veniamo adesso alla misura di confinamento domiciliare, chiamato in inglese lockdown.

Risulta essere la prima applicazione storica di un simile provvedimento, e quindi non esistevano studi al riguardo.

La prima indagine è stata di tipo statistico, pubblicata su The Lancet nel luglio 2020:

https://www.thelancet.com/journals/eclinm/article/PIIS2589-5370(20)30208-X/fulltext

Sono risultate le seguenti evidenze: le rapide chiusure di frontiera, i lockdown completi e lo screening di massa non hanno avuto nessun effetto (nessuno!) nel ridurre la mortalità percentuale della popolazione (morti per milione).

Ma in questi mesi qualcuno ha provveduto a qualcosa di più specifico. Ed ecco la pubblicazione

https://www.nejm.org/doi/full/10.1056/NEJMoa2029717

Si tratta di un esperimento condotto dalla Icahn School of Medicine del Mount Sinai Hospital in collaborazione con la Marina militare statunitense.

Un gruppo di circa 1.850 reclute ha accettato di sottoporsi a un lockdown di tipo militare (rigorosissimo e con osservanza delle misure prossima al 100%), con un gruppo di controllo di circa 1.300 reclute.

Il risultato è stato che il gruppo di controllo, soggetto a misure meno rigide, ha contratto il virus un po’ meno frequentemente rispetto al gruppo in lockdown severo.

La conclusione al punto 3) è che le cosiddette misure preventive adottate in questi mesi non servono a niente.

Verifiche punto 4)

È stato pubblicato uno studio sull’International Medical Journal, qui:

https://www.seronijihou.com/article/recovery-trial-and-hydroxychloroquine

a firma del professor Raoult e altri nove scienziati, che smonta lo studio Recovery della OMS, che accusava l’idrossiclorochina di pesanti effetti collaterali.

Nella sua pubblicazione Raoult documenta di aver usato 600 mg al giorno di idrossiclorochina, per un massimo di 10 giorni, in 1.061 pazienti con Covid-19 riportando 8 decessi, con un risultante tasso di mortalità dello 0,75%.

Le differenze con lo studio Recovery constano del fatto che in quel caso fu somministrata una dose quadrupla del farmaco a pazienti in stadio di malattia già avanzato, mentre la cura (in trial clinico) di Raoult (e migliaia di altri medici “per uso compassionevole”) prevede l’uso precoce dell’idrossiclorochina, in combinazione con azitromicina ed eventualmente eparina a basso peso molecolare.

Quindi lo studio Recovery ha riscontrato danni ai pazienti non causati dall’idrossiclorochina, ma dalla somministrazione errata, per tempi e quantità, del principio attivo.

Esistono certamente altre cure efficaci contro il Covid, come la terapia con plasma iperimmune, l’ozonoterapia, la lattoferrina e l’uso di erbe medicinali che tanto successo ha avuto in Africa; purtroppo non se ne possono esibire gli studi perché per queste cose ci vuole tempo e le pubblicazioni ancora non ci sono.

È però interessante notare che mentre le cure non vengono praticate poiché non esistono ancora gli studi clinici a riguardo, delle corsie preferenziali sono state aperte per l’uso di vaccini, che richiederebbero studi preventivi ancora più lunghi.

fonte https://comedonchisciotte.org/cosa-dice-la-scienza-a-proposito-del-covid-vademecum/

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